Cyclette. Facili meditazioni sulla.

Bici da camera, senza camera d’aria e con solo l’aria della camera.
Ovvero: cyclette in un sottotetto, al grezzo. Lunghe e faticose pedalate non muovendosi di un centimetro, al lordo di piccole oscillazioni sfuggite alla pesante massa rotante che controlla e incolla il mezzo al pavimento. (1)
Rotante che è il vero cuore del marchigegno: una specie di mola pesante che gira senz’altra utilità se non quella di consumare energia sotto forma di calorie, la definizione moderna e igienico-sportiva della fatica (2).

La funzione della cyclette è quella di dissipare l’energia accumulatasi nei muscoli delle gambe attraverso pedalate tra boschi valli e montagne, e sfuggire così a malesseri organici da accumulo. Funzione, quella della cyclette, che si dimostra indispensabile in questo momento di arresti domiciliari (3).

In pratica, la cyclette, ovvero la bicicletta da stallo, cioè priva di movimento, funge da mungitura meccanica, del tutto simile alle mungitrici da stalla utilizzate per i bovini da latte.
Mungere è una parola appropriata, discesa spontaneamente in punta di penna, nel corso di questa elementare meditazione sulla cyclette. Sì, perché, come la produzione di latte nelle mucche, la prestanza fisica è un processo fisiologico che, una volta stimolato, richiede di essere liberato regolarmente. Proprio l’inibizione del naturale movimento, nei verdi pascoli, costringe il ciclista alla mungitura meccanica da stallo, cioè sulla cyclette, per liberare le gambe di tutta l’energia che altrimenti rovinerebbe sull’organismo e così stimolare artificialmente il normale ciclo di consumo e ricarica.

Durante l’esercizio sulla cyclette, la ripetizione monotona del gesto spinge il pensiero a vagare là dove la corsa sui pedali naturalmente si svolgerebbe: tra i pascoli. Con l’immaginazione, il ciclista sulla cyclette raggiunge e si rappresenta salite e scatti in pianura, discese e nuove salite, tutte memorizzate nelle sue gambe, grazie alla loro frequente ripetizione. Questo fenomeno viene chiamato “mimetica del ciclista”. Tuttavia, chiuso nel sottotetto, la mimetica del ciclista, per quanto il ciclista stesso si impegni, non può riprodurre gli effetti reali e metabolici di suoni, odori, esposizioni all’aria aperta, e soprattutto non può riprodurre i panorami che improvvisi si aprono e sollevano dalla fatica e dallo sforzo, ricaricando di entusiamo spirito e gambe.

La cyclette esclude il ciclista dal guardo, cioè dall’appagamento psicologico, spingendolo in una vera e propria alienazione. L’unico elemento che supporta lo sforzo del ciclista sulla bici da stallo è una proiezione, un progetto, ovvero l’impegno a sfuggire all’entropia, al disordine, per mantenere un minimo di forma fisica con produzione di nuova e fresca energia. Lo sforzo alienante sulla cyclette aiuta a mantenere quel piccolo capitale di forza che permetterà al ciclista, uscito dall’aria della camera, di inforcare una bici senza camera d’aria e lanciarsi a risalire e ripercorrere i lunghi e contemplativi percorsi all’aperto, tra abeti e carpini, betulle, pascoli e sentieri.
Arriverà presto?

(1) Da cui, anche, bici da stallo, la cui piena comprensione si rivela poche righe sotto.
(2) Versione moderna e igienico-sanitaria che è senza dubbio una piccola rivoluzione epocale, in quanto è riuscita a farci spendere soldi, pee un abbonamento o un marchingegno, per faticare, quando abbiamo attraversato ere evolutive e geologiche faticando solo per procurarci o pagarci del cibo; oggi invece fatichiamo per smaltire il cibo.
(3) Da non sottovalutare il pericolo intrinseco nella paronomasia che si concretizza nel passare dagli arresti domicialiri agli arrosti domiciliari.