Or nothing.

Qualcosa del genere: entro in un grande negozio di abbigliamento; mi dirigo al reparto uomo; mi fermo di fronte agli scaffali dei pantaloni jeans. E sto lì, li scorro con gli occhi; li guardo, decine e decine di jeans, ordinati, uno sopra l’altro, in pile geometricamente perfette e suddivise per marca, modelli, colore, taglie.
Devo solo trovare marca modello e taglia, per ritrovare lo stesso jeans che indosso, uguale ma proprio uguale, identico, ma nuovo, perfetto, cioè indeformato nella sua tela grezza che profuma ancora di trama industriale, lì pronto per essere indossato.
Ed ecco il punto: non li acquisto.
Ovvero, all’alternativa posta in quella celebre (e immortale) pubblicità, scelgo il nothing. Niente.
Perché lo scopo, qui, non è comprarli, i jeans. È proprio stare lì a guardarli sugli scaffali, tanti, pronti da indossare secondo taglia e lunghezza, tantissimi, tutti uguali, tutti diversi, più blu, meno blu, bottoni o lampo, slim o regular, alti, bassi etc. Visione di insieme che rassicura e rigenera. Là, in quelle moltitudine in serie, so che c’è il mio jeans, ripiegato, appena uscito dalla fabbrica, un jeans simile a tanti altri, ma che è quello che va bene a me. Ed è sempre lì, il jeans, sta lì e mi aspetta, appena ne ho voglia, pronto a cancellare il tempo trascorso, tornare indietro, rinfilarmi dentro la libertà intatta, giovinezza, coraggio, sconfinati orizzonti e conquiste con uno sguardo, addominali scolpiti come marmo, sudore, polvere e grasso di motori.
Perché, perché rovinare tutto questo, questo sogno, acquistandone un paio? E, soprattutto, indossandolo? Il jeans perfetto è quello (che resta) sullo scaffale: pura potenza in perfetta forma; non quello che viene deformato, se non sformato, dal mio corpo imperfetto. Che diamine, i sogni devono rimanere sogni e, per rimanere sogni, richiedono dei sacrifici. Delle rinunce.
(Rinunciare a sostituire un sogno, vero, con un sogno fasullo, indotto, cioè riducendosi a sognare di (poter) essere io quel sogno, indossandolo, ma così non è, perché di essere io come quel jeans me lo sogno proprio).
E allora io entro, guardo, cerco marca modello e taglia, cioè il mio jeans, ed esco. Sì, vero, è tutto un controsenso e anche senza senso; ma va bene così. Il sogno rimane lì, intatto, spettacolare in quello scaffale, pronto per essere portato via, in tutta la sua libertà ripiegata come una bandiera.
È tutto perfetto già così. Di meglio non si può.
Che diamine, mica siamo tutti Nick Kamen*.

* nel giorno della sua uscita di scena, ovvero dalla lavanderia di quello spot del 1985, con tutta la sua eternità. E chi non ha sognato, guardandolo?