Vuoto, profondità e assoluto.

“… scambiò il vuoto per profondità…”.
Tutto qui, il romanzo.
Già, il vuoto; non è esso la profondità perfetta, pura gravità, buon affare, ovvero ricerca che non finisce mai, pronta a divorare tutto, dove quel divorare tutto è un tutto che cambia di mano, cioè finisce nelle mani di chi è pronto a trarre profitto dallo scambio, incoraggiandolo con forza, ovviamente.

Lo scrittore francese Honoré de Balzac (1799-1850), in La ricerca dell’assoluto (1834), ci racconta che il vuoto per esistere, e continuare a esistere e avere un senso, richiede enormi risorse economiche, veri e propri sacrifici, come quelli che richiedono tutti i veri dei.
E proprio per questo è tanto incoraggiato nella società moderna.

La Ricerca dell’assoluto è dunque la storia di un uomo che, per inseguire la pietra filosofale, l’assoluto principio in grado di trasformare i materiali più vili in oro, scambiabdo appunto il vuoto per profondità, conduce alla rovina sé e la propria famiglia, accompagnato in questa sua rovina da un nutrito numero di abili profittatori.
Perché, in effetti, sì, nel vuoto la società prospera, ci suggerisce Balzac, nell’offrire ogni abbondanza per riempirlo, là dove, forse, la profondità basta a sé stessa.

“Il mondo nella sua avidità di emozioni proscioglie senza discernimento chi lo fa ridere e chi lo fa piangere, senza chiedere loro conto dei mezzi“.
Non fu, appunto, Balzac, il raccontatore della Comédie humaine?

Honoré de Balzac, La ricerca dell’assoluto, 1850 (Garzanti, 1979).
_____
Testo generato da Hai, Generative Human Artificial Intelligence, versione alfabeta, autoistruitasi su appunti archiviati nell’unità SSL del computer.