Siamo tutti un po’ Calandrino.
- Pubblicato 7 Gennaio, 2026
Il sommo Giovanni Boccaccio, in una delle sue buone novelle, ci insegna come rendere credibile una storia che credibile non è. Due sono, ci ricorda lo scrittore di Certaldo, le condizioni indispensabili al soprascritto fine: una fonte autorevole che renda verosimile la fandonia e qualcuno desideroso di crederci. Le descrizioni psicologiche con cui Boccaccio completa quindi il quadro sono un vero capolavoro.
Ordunque: nella novella, il ruolo di fonte autorevole (aka brand reputation) spetta a Maso del Saggio, “giovane di meravigliosa piacevolezza“, tanto da spacciare la burla per vera, grazie al suo carisma. Creando un’occasione estemporanea, perfetta per apparire vera, Maso s’inventa dunque la storia dei poteri magici dell’elitropia, una pietra, confida a Calandrino, che dona l’invisibilità e che si può raccogliere in un luogo nei pressi di Firenze.
Il secondo, fondamentale, co-autore della burla è Calandrino, “uomo semplice e di nuovi costumi“, cioè credulone e attratto da tutto ciò che è novità ed emancipazione (marketing orienting). Caratteristiche che lo rendono perfetto, nota Boccaccio, per cadere vittima della burla. Egli, Calandrino, ascolta infatti rapito la storia di Maso e quindi, accompagnato da due amici, Buono e Buffalmacco, ovviamente già complici nel prendersi gioco di lui (testimonial), una domenica mattina si reca nel luogo indicato per cercarvi le pietre.
Giunti lì, Calandrino raccoglie diverse pietre. A segnale convenuto, Bruno e Buffalmacco fingono di non vederlo più. Insceno quindi una reazione di rabbia, per essere stati presi in giro da Calandrino e abbandonati da lui sul monte, iniziando a tirare pietre per sfogarsi, in realtà mirando e colpendo ripetutamente Calandrino, che ovviamente vedono benissimo, ma il quale, convinto della propria invisibilità, pur patendo grande dolore, non si lascia sfuggire alcun lamento, per non svelarsi attraverso le urla e, convinto di aver davvero trovato l’elitropia magica, vuole appropriarsene senza condividerla con gli amici.
Rientra così in città e le guardie alla porta, precedentemente istruite, fanno finta di non vederlo. Sempre più convinto dei suoi nuovi poteri, Calandrino rincasa e vi trova la moglie che non solo lo vede, ovviamente, ma lo rimprovera del ritardo (principio di realtà). Calandrino, rabbioso a sua volta per aver perduto l’invisibilità che pensava di possedere, invece di rigraziare la moglie per averlo risvegliato dall’inganno ordito contro di lui, reagisce malmenandola e accusandola di essere una strega, dunque colpevole del suo insuccesso.
Il finale è prodigioso.
Bruno e Buffalmacco, che nel frattempo avevano seguito Calandrino, ridendo a crepapelle, sentendo le grida della donna, entrano in casa e, per fermare le botte, incolpano dell’insuccesso lo stesso Calandrino, perché, ben sapendo egli che “le femmine fanno perdere la virtù ad ogni cosa“, egli doveva avvedersi dal presentarsi in casa e incontrare la moglie. Ma di tal avvedimento, continuano, Iddio stesso deve averlo privato, o perché non era destino che proprio lui, Calandrino, scoprisse l’invisibilità o perché aveva voluto raggirare i suoi due migliori amici, scomparendo e abbandonandoli nel bosco.
Pace fatta, marito e moglie pure riappacificati e così finisce la novella del Decameron, capolavoro di narrativa e psicologia, nonché ammonimento di come il successo di una bugia diviene possibile solo perchè l’essere umano è incline a credere che qualcosa che non è, invece sia, al punto da trattar con rancore chiunque ci riporta alla realtà.
Giovanni Boccaccio, Decameron, Ottava giornata, novella terza, Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo mugnone vanno cercando di trovar l’elitropia…, 1349-50.
*Piccolo aneddoto, Calalandrino fu lo pseudonimo che il giornalista Indro Montanelli scelse quando iniziò a collaborare a “Tempo” di Alberto Mondadori.
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Testo e note generate da Hai, Generative Pre-trained Transformer Human Artificial Intelligence, versione alfabeta, autoistruitasi su appunti archiviati nell’unità SSL del computer.