Dante, in nome del vertere.

Ora, a parte il fatto che già rimane inspiegabile come uno possa aver scritto, da solo, la Divina Commedia; e la storia del Purgatorio, poi, tutto un programma.
“Verso” ha la stessa radice (vertere) di versoio, aratro, nel senso di volgere, voltare; l’aratro volta la terra, per darle nuova vita; così il verso della poesia, si può ben scrivere, volta l’animo, per dargli nuovi significati, attraverso cui scorgere il mondo intorno.
Ora, il verso dantesco, la famosa terzina dantesca, con quella rima che incatena strofa a strofa, non è forse la creatività nella sua massima espressione, ovvero di libertà interiore? Sì, lo è, e proprio perché costretta, la creatività, in una sorta di obbligo, la metrica della terzina, entro cui il verso non è, appunto libero, non può versare a piacimento, ma deve seguire necessariamente delle regole, quelle della metrica appunto, e dunque deve cercarsi una libertà espressiva ancora più grande, trasformando la regola e il suo limite, entro cui è (co)stretto, in un infinito, che non ha confini e neppure intervalli, che non scioglie la catena, quella che incatena strofa a strofa, ma la trasforma nella più infinita libertà creativa ed espressiva. Eh, fosse facile…
Quando la creatività siè costratta dentro uno spazio confinato, come nella metrica, ad esempio, ma anche da regole di altro genere, la creatività arriva sempre ai più eccelsi ed eccellenti vertici, segno inconfondibile che solo dandosi dei limiti, dei vincoli, la libertà diventa vera libertà. Ecco, la Divina Commedia è questo, che già il nome c’ha tutto un significato suo.
Jorge da Burgos. È il monaco che avvelena le pagine del libro di Aristotele, la Poetica, quelle dedicate alla commedia e al ridere, così da impedirne la divulgazione da parte di chi lo legge, infatti restano tutti, come si suol dire, stecchiti, perché divulgare la nobiltà del ridere sarebbe una seria minaccia alla cristianità stessa. (cit. Umberto Eco, Il nome della rosa).
Ora, l’aspetto curioso, ma tanto, è che convertisti e divertirsi derivano dalla stessa radice, vertere, appunto, cioè “volgersi, rivolgersi”. Tuttavia, due diversi prefissi mutano completamente il verso del volgersi/rivolgersi. Nel con-vertirsi, il movimento del volgersi/rivolgersi va tutto insieme, cioè senza diminuire la propria forza, verso un qualcosa; nel di-vertirsi, al contrario, il prefisso dis- distoglie, allontana, ovvero il volgersi si distrae e si disperde in altre direzioni, va altrove, senza alcuna meta.
È chiaro, la conversione non può convivere con la diversione, perché movimenti opposti e contrari.
La conversione si basa su presupposti che la derisione, appunto, minaccia, perché distrae, corrode e disgrega i presupposti stessi, così afferma Jorge. Non si può convergere verso un qualcosa e, allo stesso tempo, divergere da esso. Ecco allora il veleno che Jorge scioglie nelle pagine e che ferma il movimento, lo irrigidisce, impedendogli di portare a termine la sua nefasta diversione, cioè di divertire.
Ora, Dante, associa il divino, cioè la più alta conversione, alla commedia, ovvero alla diversione; unisce cioè il convertire al divertire, convertento proprio attraverso il divertimento, suscitato dalla lettura dei suo versi, ciascuno un’opera d’arte, ma mai soli, sempre insieme, incatenati l’uno l’altro dalle rime, affinché il lettore resti imprigionato a quella catena, da un canto musicale, cadenzato, ammaliante, costretto dnque a procedere, nella lettura, come i progionieri verso il loro tragitto di conversione, ma divertendosi come non mai.
Insomma, qualcosa di simile.
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