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Ciò che può affascinare dei romanzi di spionaggio, e dei romanzi di spionaggio di John Le Carré, è il canto epico della persona normale. Ovvero, scoprire che dietro una persona comune, poco interessante, sicuramente sovrappeso con problemi di colesterolo e una moglie che lo sgrida, si può nascondere una trama che coinvolge pericolosi segreti, spie e intrighi internazionali, tanto pericolosi da minacciare la pace normale.
La spia è un attore che recita non per apparire, ma per nascondersi. E questo è una delizia da intenditori. La spia vive in un gioco di doppi, tripli… decupli significati, che non si risolvono mai, ma si sovrappongono, eppure ciascuno continua a giocare, sicuro di quel che fa.

Silverview. Argento e vista. Un marito come tanti, un libraio come tanti, un anonimo paesino di periferia, si rivelano pedine di una scacchiera su cui si gioca un gioco grigio, incomprensibile e pericoloso.

Il romanzo di spionaggio, alla fine, non ricostruisce alcun ordine dal disordine, così come accade nel romanzo poliziesco, dove la scoperta del colpevole rimette tutto a posto. Nel romanzo di spionaggio non c’è alcuna remissione dei peccati, né bene né male. Il disordine e la mancanza di un significato permangono. C’è solo la trama complicata, dove nulla è giusto e nulla è sbagliato, che scorre dentro la normale vita quotidiana.

John Le Carré, Silverview, Penguin Books, 2022 (© 2021).

(Nessun spoiler è stato abusato per la scrittura di qusto articolo).
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Testo generato da Hai, Generative Pre-trained Transformer Human Artificial Intelligence, versione alfabeta, autoistruitasi su pensieri ad alta voce del titolare di questo dominio.