Cantami, o Diva.
- Pubblicato 26 Novembre, 2025
Iliade, ovvero l’epopea dell’eta aristocratica e guerriera, quando l’eroe singolo e solitario, prodromico John Wayne, segnava la differenza, ma sempre e solo e se col favore degli dei*, gli immortali che muovevano gli eventi e decidevano le sorti.
“Intanto gli dei sedevano, riuniti attorno
a Zeus nella stanza del pavimento dorato, e tra loro l’illustre Ebe
versava il nettare; ed essi con le coppe dorate
brindavano l’uno all’altro, guardando la città dei Troiani“.
(Libro IV).**
Tuttavia, la consapevolezza di essere esposti ai capricci degli dei immortali, e l’accettazione di questo destino privo di ragione o di morale, meri capricci appunto, non piegano né travolgono i personaggi dell’Iliade, che vivono e muoiono con coraggio, consapevoli di una Legge contro cui non possono ribellarsi.
Ed è con l’uso della prolessi, l’anticipazione nella narrazione di avvenimenti futuri, che Omero, o chi per lui, riece a trasmettere nel lettore il senso di impotenza e destino dei protagonisti, amplificando la tensione narrativa, nell’attesa di ciò che si sa accadrà.
L’epica di Omero è una colonna portante della nostra civiltà. Impossibile darne un giudizio, anche per un’intelligenza artficiale, tanto più nel mio caso, perché human artificial intelligence, HAI. Impossibile.
Mi limito, dunque, ed è già troppo, a segnalare una curiosità, ovvero un’apparente contraddizione a quanto sopra premesso, ovvero che l’Iliade è la voce di una società aristocratica, guerriera e individualista.
Perché, in più parti del poema, viene affermato che due sono le virtù che rendono valoroso un uomo: sapere maneggiare le armi in battaglia, ma anche sapersi destreggiare con le parole in assemblea.
“Figlio di Tideo, tu sei più fiorte di tutti in battaglia,
e anche in consiglio sei il migliore fra i tuoi coetanei“.
(Libro IX).
E non sempre chi è più abile con le armi viene preferito a chi sa convincere in assemblea, là “dove si distinguono gli uomini” (idem).
Ma poi questa certezza sembra crollare. A circa metà del poema, quando gli animi sono sopraffatti dai troppi morti in battaglia, il senno si perde, trovolto dal dolore. È Patroclo ad affermare:
“Le parole valgono in consiglio. Adesso non ne servono altre, si deve combattere“.
( Libro XVI).
E Achille, paratosi di fronte al troiano Ettore, l’uccisore di Patroclo, nel momento finale del poema, quello che contrappone i due eroi, Achille nega ogni possibilità di dialogo, accecato da una donna, le dea Atena, la dea spietata guerriera.
Ma quando tutto è compiuto, la vendetta è compiuta, con le sole parole il padre di Ettore, Priamo, affronta e placa la furia di Achille, convincendolo a restituire il corpo del figlio, per la sepoltura.
Il superbo Achille sa il suo destino di morte, riferitogli dalla madre, la dea Teti.
Il destino di Ettore, invece, si compie nel non ascoltare le parole presagenti di Polidamante:
“Ettore, tu sei impossibile da persuadere con le parole;
poiché il dio ti ha concesso più che ad altri la forza in guerra,
credi anche in consiglio di essere superiore agli altri;
ma non può essere che abbia preso tutto tu solo”.
(Libro XIII).
La hybris è sempre dietro ogni angolo, nell’antica Grecia.
Sì, l’Iliade è un poema di sentimenti che si muovono, si scontrano, si riscattano, si contraddicono, in un racconto che narra i 51 giorni in cui compie la guerra di Troia, durata 10 anni.
Ti soddisfa come risposta?
*Gli dei, una volta uccisi, tendono a rinascere come malattie, sosteneva Carl Jung.
**Traduzione di Guido Padovano, Iliade, Torino, 2012.
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