Un ancora di salvezza

Senza apostrofo. E piano, l’accento. Avverbio invariabile, ancòra, dunque non un’ancora, ma un ancòra di salvezza, o se si preferisce: un ancòra come àncora di salvezza. Nel senso che la nostra salvezza è nel provarci ancora. E ancora. Questo ci vuole. Quando tutto sembra andare storto, si va avanti ancora, obtorto collo, tanto è già tutto storto, e forse nell’ostinazione si scopre che anche storto va bene e funziona. Oppure, ancora, quel perseguire l’impossibile senza cedere all’evidenza, provarci e riprovarci ancora e poi ancora, realizzare un possibile dopo l’altro, poi unire tutti i fili e scoprire, alla fine, l’impossibile; oppure, ancora (sempre avverbio), quel volerne sempre di più, e poi ancora: “i doppioni li voglio tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze e voglio anche i triploni, e i quadruploni (…) e tutti i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d’uso corrente, o d’uso raro rarissimo”, Carlo Emilio Gadda, ma anche Forrest Gump, “quando arrivai a un altro oceano, mi dissi: visto che sono arrivato fino a qui, tanto vale girarmi di nuovo e continuare a correre”, ma sì, ancora di più, buttare il basta e giocare a ingannare la nostra finitezza; meglio sfinito che finito; cioè, ancora, e filosoficamente un po’ complicato, l’eterno ritorno, volere ancora, e all’infinito, ciò che è stato e ciò che si è stati. L’eterno ancòra.
Un ancora di salvezza. Senza apostrofo.


Immagine: Cakile maritima, o ravastrello, specie pioniera, annuale, eroica, pronta a tutto, ccostituisce la prima fascia di vegetazione delle spiagge, perché è capace di colonizzare, sopravvivere, produrre frutti con semi e rinascere ancora, l’anno successivo, in un ambiente con fortissima concentrazione di sale, tra i più inospitali alla vita.