Pasta con l’intelligenza artificiale.

L’esperienza è di quelle più alienanti: cercare il tempo di cottura nelle confezioni di pasta e non trovarlo. Scritto così, tutto d’un fiato. Guardi, scruti, avvicini, giri e rigiri la confezione, sopra, sotto, nelle pieghe più nascoste, niente. Zero. L’indicazione con i minuti di cottura non c’è, non si trova. Eppure, ci deve essere, da qualche parte, perché una così importante indicazione non può mancare e tantomeno nascondersi in una superficie così limitata, pacchetto o scatola che sia.
E invece, niente, il tempo di cottura non lo trovi.
A questo punto, una sola conclusione è possibile: un nascondimento tanto perfetto non può essere qualcosa di improvvisato, buttato lì; al contrario, dietro a esso ci deve essere uno studio preciso di enigmisti, crittografi, escapisti, esperti del packaging esoterico. Tutti uniti in una missione: il tempo di cottura non deve essere visibile.

Mimetizzato tra i risvolti del pacchetto; miniaturizzato in corpo prossimo allo zero assoluto, forse criptato nel titolo? E quando lo si trova, il tempo di cottura, ecco, subentra il secondo momento alienante: quanti minuti sono già trascorsi? S’intende: trascorsi dall’aver “buttato” la pasta? Sì, perché per un riflesso, non si sa bene condizionato da cosa, si tende a buttare la pasta nell’acqua in ebollizione prima di trovare il tempo di cottura nella confezione. Forse ciò che ci induce a tale comportamento è un meccanismo innato di fiducia; forse il nostro cervello è regolato sulla semplicità, cioè la presuppone, e, in effetti, per cuocere la pasta è importante conoscere il tempo di cottura, dunque, si confida, che esso, il tempo di cottura, sia ben visibile sulla confezione. E quindi: butto e poi leggo. Ma poi il tempo di cottura non si trova, nel frattempo, il tempo della cottura avanza inesorabilmente. E si propspetta inevitabile l’insuccesso: troppo al dente o scotta.

Ma perché, perché tutto questo? Perché tanto accanimento? Qual è il senso di questo nascondimento del tempo di cottura? C’è una intelligenza dietro tutto ciò? Perché, come premesso, il nascondimento è troppo perfetto per essere casuale. Dunque, non può che essere causale, cioè con un effetto voluto. Da qui il sospetto, e lo scriviamo con tutte le possiibli cautele. Lasciamo perdere i sopraddetti enigmisti, crittografi, escapisti, esperti del packaging esoterico. Troppi stipendi. Cerchiamo la soluzione più semplice: è forse opera dell’intelligenza artificiale? L’impostazione grafica del packaging viene oggi affidato, per curiosità o sfida, a questi marchingegni artificiali? E se così fosse, non è detto, ma se così fosse, il “nascondino del tempo di cottura” è dunque il primo, conclamato e riuscito, episodio di violazione della prima legge della Robotica, “A robot may not injure a human being*”, quella scritta da Isac Asimov, nel 1947? E perché colpire proprio la pasta? Forse per impoverire le nostre facoltà e imporsi subdolamente in quel controllo? È così? Un test? Sembra tutto così irreale, eppure…
Agli esperti, l’intricato dilemma.

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(Questo articolo, di natura schiettamente paradossale, è stato scritto, come tutti gli altri, a mano su un foglio con penna stilografica a pistone, e poi ricopiato digitato al computer, con qualche integrazione).

*Un robot non può recar danno a un essere umano.